Avanti con le nuove generazioni ma il simbolo non si tocca. Questo, in sintesi, il pensiero di Enrico Letta all’indomani delle elezioni del 25 settembre e della pesante crisi che ha travolto il PD. Un partito agonizzante che si tenta di tenere in vita con ogni mezzo. A questo servirà il congresso annunciato dal segretario, dal quale dovranno uscire nuove idee e, soprattutto, il nome della persona che sarà chiamata a far risorgere il partito democratico dalle proprie ceneri.

Il toto nomi è già cominciato, con l’avvertenza da parte di Letta che il congresso non si trasformi in una sorta di casting per gli aspiranti segretari. Chiunque prenderà il posto alla guida del PD sarà chiamato a una sfida dalle proporzioni epiche. Perché, al di là del nome del partito, del simbolo, del segretario, la verità è che manca tutto il resto. Ad esempio, quella che si chiama visione culturale da tradurre in proposta politica.

Il Partito democratico non ha mai avuto una visione unitaria del Paese. Si è fatto paladino dei diritti, ergendo a vessillo cause che interessano poco o niente gli italiani, più preoccupati di questioni concrete come il lavoro, la crisi economica ed energetica. In poche parole, è distante dall’Italia reale e dai suoi problemi, non sa interpretare gli umori dei cittadini e darvi risposte. È carente di una visione politica verso le classi più deboli, verso i lavoratori e finisce con lo scontentare tutti.

L’esito delle elezioni del 25 settembre ne è una prova. Il PD continua ad apparire come disaggregato, formato da una serie di correnti in perenne lotta tra loro, unite soltanto dal comune denominatore di voler tenere in vita un progetto fallimentare.

Senza un’identità ben delineata, i dem arrancano tra le due visioni politiche che hanno contribuito a crearlo nel 2007. Da una parte c’è l’anima comunista, dall’altra quella democristiana, che sono entrate immediatamente in conflitto frenando l’ascesa del partito, che non è mai riuscito a proporsi come innovativo e degno di fiducia.

Oggi, a distanza di 15 anni, tutti i nodi stanno venendo al pettine ed è forse arrivato il momento di fare i conti non con i nomi e i simboli, ma con la natura stessa del partito, una forma ibrida che non raccoglie consensi e ha finito per deludere tutti.