La fede che non grida a Dio nel momento della prova è “pietismo ipocrita e presuntuoso”. Lo dice Papa Francesco nel corso dell’udienza generale portando ad esempio la figura di Giobbe, il giusto perseguitato, che “incontriamo come testimone della fede che non accetta una ‘caricatura’ di Dio, ma grida la sua protesta di fronte al male, finché Dio risponda e riveli il suo volto”. E Dio alla fine risponde, come sempre in modo sorprendente. Bisogna “cogliere la forza del grido di Giobbe”, spiega il Pontefice, “per vincere la tentazione del moralismo davanti all’esasperazione e all’avvilimento per il dolore di aver perso tutto”. Nonostante le proteste infuocate, Giobbe rifiuta di accettare che Dio sia un “Persecutore”.

Il grido di Giobbe è il grido di quanti soffrono

“La parabola del libro di Giobbe rappresenta in modo drammatico ed esemplare quello che nella vita accade realmente – dice Francesco – Cioè che su una persona, su una famiglia o su un popolo si abbattono prove troppo pesanti, sproporzionate rispetto alla piccolezza e fragilità umana. Nella vita spesso, come si dice, ‘piove sul bagnato’. E alcune persone sono travolte da una somma di mali che appare veramente eccessiva e ingiusta. Tutti abbiamo conosciuto persone così. Siamo stati impressionati dal loro grido, ma spesso siamo anche rimasti ammirati di fronte alla fermezza della loro fede e del loro amore. Penso ai genitori di bambini con gravi disabilità, o a chi vive un’infermità permanente o al familiare che sta accanto… Situazioni spesso aggravate dalla scarsità di risorse economiche”.

In certe congiunture della storia, questi cumuli di pesi sembrano darsi come un appuntamento collettivo, prosegue Bergoglio, spiegando che questo “è quello che è successo in questi anni con la pandemia di Covid-19 e che sta succedendo adesso con la guerra in Ucraina”.

Dio non è persecutore che punisce le vittime

Poi il Papa punta il dito contro “uomini di legge, uomini di scienza, uomini di religione persino, che confondono il persecutore con la vittima, imputando a questa la responsabilità piena del proprio dolore”.

E si chiede: “Possiamo giustificare questi ‘eccessi’ come una superiore razionalità della natura e della storia? Possiamo benedirli religiosamente come giustificata risposta alle colpe delle vittime, che se li sono meritati?”. La risposta è una e chiara: “Non possiamo”.

“Esiste una sorta di diritto della vittima alla protesta, nei confronti del mistero del male, diritto che Dio concede a chiunque, anzi, che è Lui stesso, in fondo, a ispirare. Il “silenzio” di Dio, nel primo momento del dramma, significa questo. Dio non si sottrarrà al confronto, ma all’inizio lascia a Giobbe lo sfogo della sua protesta. Forse, a volte, dovremmo imparare da Dio questo rispetto e questa tenerezza”, conclude Francesco.