Si è spento all’età di 108 anni Boris Pahor. Sloveno nato a Trieste sotto l’impero asburgico e successivamente naturalizzato italiano, Pahor è considerato una memoria storica del Novecento nonché uno degli scrittori sloveni più influenti e tradotti al mondo. Candidato più volte al Premio Nobel per la letteratura, vinse numerosi premi per le sue opere e per il suo impegno politico. Nel 2007 è stato insignito della Legion d’onore e nel 2020 del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

“Necropoli” è l’opera più rappresentativa dell’autore, un romanzo autobiografico in cui ha raccontat0 la tragica esperienza della deportazione nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof. La vita e la narrativa dello scrittore, però, non sono legate solamente al dramma della deportazione nazista. Pahor visse, infatti, molte esperienze traumatiche e intense nella sua vita, dalle discriminazioni etniche all’epidemia di spagnola, dalla guerra in Libia al sanatorio.

Durante la sua carriera intellettuale si occupò a lungo delle violenze e delle discriminazioni contro la comunità slovena a Trieste durante il regime fascista, intento a portare avanti una campagna di “italianizzazione” vissuta sulla propria pelle di ragazzino. Inoltre scrisse per numerose riviste slovene, partecipò a circoli antifascisti sloveni e dopo la deposizione di Mussolini prese parte al Fronte di liberazione sloveno, esperienza che raccontò nel libro “La città nel golfo”. Inoltre, dal 1966 al 1991 diresse la rivista Zaliv, punto di riferimento per la dissidenza slovena e l’opposizione al regime di Tito in Jugoslavia.