Uno scrittore prestato allo sport. Così Italo Calvino definiva Gianni Clerici, morto ieri all’età di 91 anni. Se ne è andato un pezzo di storia del giornalismo sportivo italiano e della letteratura, lo scriba – come amava definirsi – che ha raccontato con le parole e con la voce l’evoluzione del tennis negli anni attraverso le imprese dei più grandi campioni. Gianni Clerici è tutto fuorché un giornalista ordinario: innovatore, professionista ironico e dalla provocazione facile, osservatore sopraffino con una “memoria da pesce rosso”, come raccontava sempre ai colleghi.

E’ stato tra i più grandi esperti di tennis e proprio per questa sua cultura sconfinata è il secondo italiano ad essere entrato nella International Tennis Hall of Fame (dopo Nicola Pietrangeli che ha ottenuto l’onoreficenza nel 1986). Da “Il vero tennis” a “500 anni di tennis”, da “Divina. Suzanne Lenglen, la più grande tennista del XX secolo” a “Wimbledon”: centinaia sono le pagine che Clerici  ha dedicato al suo amato mondo del tennis. I suoi erano veri e propri manuali di storia sportiva, una “Bibbia” per i più appassionati.

Una passione diventata professione

“A ciascuno tocca una sua religione”, scriveva Gianni Clerici nella poesia “Pallina”. La religione del giornalista comasco è sempre stata il tennis, a cui ha dedicato la sua intera esistenza. Impugnò la prima racchetta da ragazzino e arrivò anche a giocare sugli storici campi di Wimbledon e del Roland Garros all’inizio degli anni ’50. La sua carriera da tennista fu molto breve, ma per questo non fu preso dalla sconforto perché scoprì di avere molto talento a raccontare il suo sport preferito. Cominciò così il suo percorso dal giornalista, alla Gazzetta dello Sport prima per poi approdare anni dopo a La Repubblica. Nell’arco della sua carriera professionale ha scritto più di 6.000 articoli sportivi.

Ma non erano solo le parole scritte il suo punto di forza. Anche quelle pronunciate a voce rimarranno nella storia del giornalismo e del tennis tanto quanto i suoi articoli. Superata la soglia dei 50 anni, il giornalista scoprì un nuovo mezzo per diffondere a un più vasto pubblico la sua immensa cultura sportiva, la tv. Gianni Clerici e Rino Tommasi, infatti, sono stati artefici di quella che per molti rimane la telecronaca perfetta. Il commento sportivo a due voci, con una voce narrante e una tecnica, nasce proprio con loro. Per Tommasi Clerici era il “Dottor Divago”, soprannome nato per indicare la sua capacità di divagare durante la telecronaca di un match. Il duo di voci storiche che ha narrato per anni le partite di tennis, Slam dopo Slam, si compensava: da una parte Rino Tommasi, l’uomo delle statistiche, un vero computer; dall’altra Gianni Clerici con i suoi tecnicismi e tanti aneddoti che solo lui poteva conoscere.

Al di là del giornalista di elevato spessore quale era, a Gianni Clerici va riconosciuta anche un’altra dote, quella di osservatore attento, ai livelli di un talent scout. Fu il primo infatti ad accorgersi di Michael Chang e, successivamente di Pete Sampras, due giocatori che hanno scritto la storia del tennis mondiale.