In occasione delle elezioni del 25 settembre, tutti i partiti politici hanno speso parte delle proprie energie programmatiche per fare proposte su scuola e istruzione. In particolare, uno degli spunti immaginati da alcuni partiti, ha acceso il dibattito all’interno della politica e del mondo dell’università italiana: la proposta di abolire definitivamente il numero chiuso alle facoltà di Medicina e Chirurgia. L’idea non è nuova ed era già stata declinata in passato seguendo varie forme e modalità, ma il fatto che sia stata proposta in questa campagna elettorale non arriva certamente a caso. Probabilmente questa fa seguito alle falle sistemiche, all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, evidenziate negli anni coincidenti con lo scoppio e lo sviluppo della pandemia da Coronavirus. 

La proposta è stata avanzata dalla coalizione di centro destra e, in modo particolare, dalla Lega e dal suo Segretario Matteo Salvini. Il leader ha parlato sovente della necessità di riformare i processi di assunzione per le facoltà di indirizzo medico-sanitario, proponendo contestualmente l’imitazione del modello francese. Questo prevede che sia garantito l’accesso ai corsi per tutti, ma con la clausola di dover superare un esame abilitante a sei mesi dall’inizio del primo anno di studi. Il modello, secondo la Lega, sarebbe in grado di assicurare un adeguato tasso di ricambio tra generazioni di professionisti, garantendo allo stesso tempo la preparazione degli studenti, che sarebbero giudicati esclusivamente sulle materie di indirizzo del primo anno (matematica, fisica, chimica, biologia, istologia e anatomia) e non più, come puntualmente si verifica ogni anno, su test a crocette e con domande spesso assurde e fuori contesto. Come prevedibile, l’idea è stata immediatamente contestata dagli esponenti della coalizione di centro sinistra, in modo particolare dal Partito Democratico e dal suo Segretario Enrico Letta. Secondo il gruppo, il limite dell’imbuto formativo sarebbe già stato superato grazie al sistema di finanziamento delle borse di studio operativo in questi anni.

Differente invece la visione del Terzo Polo, nella misura in cui Azione e Italia Viva individuano la soluzione nell’alimentare una più rapida ascesa nel meccanismo di assegnazione delle carriere sanitarie, adeguando le rispettive retribuzioni al carico di lavoro e di responsabilità effettuato. L’idea di aumentare i salari, portata avanti anche dal Movimento 5 Stelle, sarebbe in grado, nelle intenzioni dei partiti, di contrastare fortemente il fenomeno dell’emigrazione di professionisti sanitari verso l’estero.